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I want

Voglio.

Voglio contemplare dei bordi.

Voglio desiderare dei suoni.

Voglio ammirare dei movimenti.

Voglio perdermi nelle variazioni.

Voglio che sia voluto.

Io, io, io…

Io
parlo sempre tanto di me, come se fossi l’unica cosa di cui m’interessa di tutto ciò che ho attorno.

Io
non mi interesso mai di niente che non comprenda azioni da parte mia.

Io
non guardo cose da solo e lascio videogiochi single player a metà, perché non posso commentare o chiacchierare con nessuno.

Ma io,
quando mi interesso di qualcosa, do tutto:  tutti i miei pensieri, tutte le mie emozioni, tutto il mio tempo di cui dispongo (e spesso anche quello di cui non dispongo, sacrificando altro), tutte le mie azioni.

Sempre io,
quando un discorso non mi interessa, non sono il tipo che lo taglia e lo porta su altro; mi limito a rispondere, anche in maniera appropriata e apparentemente interessata, dimenticando però troppo facilmente le cose che mi vengono dette perché poco interessanti e quindi poco meritevoli di essere ricordate.

Però mi ricordo dettagli, numeri, momenti.

Ricordo sguardi, brividi, profili, cifre, parole, toni, respiri.

Divento capace di fare qualsiasi cosa, non importa che questa cosa sia facile o difficile, finché non è impossibile.
Che anche quel concetto si allontana un po’ di più, ogni volta.

Ma se non ho niente di cui interessarmi?
Se non c’è altro oltre alcuni numeri?
Come faccio ad andare oltre le cifre?

Bisogna cercare oppure bisogna aspettare che arrivi?

Capita al momento giusto oppure devo andare a creare io questo momento?

Devo fare io il primo passo se qualcosa o qualcuno mi interessa o è questa cosa o persona che, nell’atto di interessarmi, riesce a smuovere tutto quello di cui c’è bisogno?

Perché mi sono stressato per trovare, mi sono agitato per tenere, mi sono rattristato nel non riuscire, ma è davvero questo quello che dovevo fare?

Ci sarà,
ci sarai,
lo so.

Un motivo per stare zitto,
una cosa che mi interessa più di me stesso,
un profilo capace di togliermi il fiato più di una corsa in bici.

Un tono di voce che mi fa lacrimare gli occhi,
delle labbra che catturano il mio sguardo,
un paio di occhi che io possa cercare in mezzo alla folla,
una silhouette a cui desiderar aderire.

Tu.

Tu.

Tu.

Ruote e carriole

Se fosse semplice sarebbe banale.

Se non fosse contorto sarebbe prevedibile.

Se fosse più vicina sarebbe snervante.

Se non fosse lontana sarebbe stressante.

Se fosse ovvio sarebbe svincolato dalla ragione.

Se non fosse straordinario sarebbe districato dal sentimento.

Se fosse passeggero non avrebbe superato tanto.

Se non fosse così non sarebbe amore.

Breathing and Butterflies

C’è chi non sente le farfalle, solo per un poco, anche se le vorrebbe sentire sempre.

C’è chi non sente più motivo per respirare, perché i suoi respiri sarebbero inutili.

_________________________________________________________________ Leggi tutto…

그대와 나

Te lo dedico.

La musica mi scorre attorno.
Le note vibrano secondo le frequenze del mio cuore.
Gli effetti simulano perfettamente lo spazio riempito nella mia testa.

Scrivo sempre in metafora, rappresentando i concetti tramite allegorie.
Figure retoriche e concetti più vicini alla mente di un bambino.
Emozioni raccontate attraverso lettere.
Non so se ce la farò.
Devo raccontarlo, devo esprimerlo, devo dirlo chiaro e tale per com’è.

Devo?
Voglio?

Dentro di me tutto tace, eppure un assordante frastuono mi riempie le orecchie.
Quanto ho desiderato questo?
Quanto ho pregato, creduto, agito, reagito, sbagliato e quanto ho pianto per questo?
C’è chi direbbe troppo,
c’è chi direbbe che molti errori si sarebbero potuti evitare,
c’è chi direbbe che una persona meno incosciente avrebbe agito diversamente,
meglio.

Ma cosa è “meglio”?
Cosa vuol dire evitare errori?
Come puoi correre dritto al traguardo ignorando tutte le curve, gli ostacoli
e i bivi nel percorso?

Come avresti potuto se, quando arrivi, vedi che quella era l’unica
e la migliore strada possibile per arrivare là dove sei?

Non una scorciatoia avrebbe aiutato,
né alcuna altra scelta avrebbe portato alla line davanti dove sei,
alla linea di traguardo davanti a cui stai
oltre cui passi, dove ti fermi.

Speri
per sempre
.

Perché non ci sarebbe alcun altro posto migliore dove andare, non ci sarebbe alcuna cima più alta da raggiungere né un panorama più mozzafiato da vedere o una
località più bella in cui passare le vacanze.

Ho spento la musica, mentre scrivevo.
Ho preferito ascoltare me, te.
Te in me.

Questo non è uno dei miei soliti post,
qui non ci sono strani giri di parole per dire cose che non vorrei far capire a nessuno,
né alcun evento particolare di cui racconto.

Ci siamo solo

Scheart

Hey!
Eccoti qui.
Sì, proprio tu.
Facciamo un gioco?
Devi solo immaginare.
Iniziamo?
Via!


Immagina di essere un ragazzo, un ragazzino.
Giochi, fai le tue belle cose, esci con i tuoi amici e ti diverti.
Poi un giorno cadi e ti fai male.
Ma non male; ti fai male.
Ti fai così male che ti operano e rimani temporaneamente invalido.
Tu ti trovi costretto a dover zoppicare, a non poter correre.
Usi delle stampelle, anche se non ce ne sarebbe del tutto bisogno.
Conosci nuove persone, che ti vedono per la prima volta così.
Per loro diventi “quello invalido”.
Quello che ha quel qualcosa che si vede.
Quello che fa di tutto, però, per vivere come se fosse tutto normale.
Ma ha le stampelle e zoppica.
Intanto la ferita, che pur tarda a chiudersi, non diventa più un problema.
Tu però sei “quello invalido” e non ci fai caso.
Continui ad usare le stampelle.
Continui a zoppicare.
Non provi mai veramente a correre.
Anche se, quando succede per necessità, lo sai fare.
Ma pensi sia la tua immaginazione, un tuo errore di calcolo.
Tu sei “quello invalido”, quello che zoppica.
Così conosci sempre più persone, come è giusto alla tua età.
Rimani “quello invalido”, ma molti si chiedono il perché.
Tu lo sai: ti sei fatto male, male, quando eri giovane.
Passano gli anni e tu zoppichi, ma forse…
Le persone sono ormai abituate a vederti con le stampelle.
Anche tu sei abituato a fare tutto quello che fai con le stampelle.
I segni di quando sei caduto si possono vedere ancora.
Ma sono chiari segni che quasi non si notano più.
Tu però ne parli come se fosse ieri che la carne era lacerata fino all’osso.
Però, quando dici come ti sei fatto male, le persone non fanno più domane.
Effettivamente era una brutta ferita.
Però forse non c’era proprio bisogno delle stampelle fin dall’inizio.
Forse non fa più male la gamba quando la appoggi.
Forse puoi smettere di zoppicare.
Te ne accorgi un giorno, per caso.
Stavi facendo qualcosa che avevi sempre fatto.
Sempre con le stampelle.
Però, per la fretta, le hai lasciate in terra.
E quella cosa l’hai fatta più che bene.
Non c’era nessuno attorno.
Così hai ripreso le stampelle ed hai zoppicato un poco.
Dopo hai cominciato a lasciare le stampelle a casa.
Non servono più, e forse non ti sono mai servite.
Per chi ti ha conosciuto in passato sei ancora “quello invalido”.
Ma non ti piace più tanto questa definizione.
Certo: dava vantaggi e preveniva problemi.
Ma forse ne ha creati più di quanti ne abbia risolti.
Forse?
Non le avresti dovute usare fin dall’inizio.
Quindi non le usi più.
Le nuove persone non ti conoscono come “quello invalido”.
Ti sei fatto male quando eri piccolo, sì.
Ma non si nota neanche, di solito.
Certo: hai difficoltà a correre, perché erano anni che non lo facevi.
Saltare poi, non parliamone.
Però finché non devi fare queste cose non c’è problema!
La cicatrice si è chiusa, neanche si vede più.
Le stampelle le hai regalate a chi ne aveva davvero bisogno.
E tu corri, e tu salti.
Da giovane ti sei fatto male, certo.
Ma questo ti ha insegnato a fare tutto dovendo tenere le stampelle.
Ora che non le devi più usare è tutto più facile.
Tranne correre, certo.
E saltare.

Damn³

Quello che mi fa incazzare…
È tutto il potere che hai.

Non te l’ho dato io, almeno non volontariamente…
Ma lo hai.

Lim[c→s]: v·a·c= ???

Parliamo di limiti.

Matematicamente parlando si dice limite il valore o l’insieme di valori a cui una data espressione tende, senza mai arrivarci.

Ma a voi poco importa di questo.
Ma cosa sono i limiti?
Sono punti? Sono linee? Sono aree?

Un limite è una linea che delimita due aree ben precise: sì/no
Riuscirci/non riuscirci
Vero/falso
Fare/non fare

Ma dov’è questa linea?

Esempio:

Il nostro caro Luigi ha iniziato a fare palestra oggi, ed alla panca riesce a sollevare fino a 80kg, mentre Gianni c’è già da un po’ e solleva fino a 140kg.

Ecco: il limite di Luigi è 80, mentre quello di Gianni è 140, però:

Dopo alcuni mesi Gianni solleva fino a 150kg, mentre Luigi arriva a sollevare fino a 180kg.

I limiti di entrambi si sono spostati, ma quello di Luigi si è spostato più in là di quello di Gianni.

Quindi: questo limite è potenzialmente diverso per ogni persona e si muove, in “avanti” o “indietro”, in maniera quasi costante.

Tutta questa spiegazione è servita per quello che voglio dire adesso:

Anche il concetto di cosa è “normale”, cosa è “coraggioso” e cosa è “una pazzia” ricade all’interno di questa concezione di limite.

Solo che in questo caso la maggior parte delle persone è stata uniformata a ad avere un limite molto simile a quello delle altre persone. Certo: ci saranno sempre differenze, seppur minime, ma complessivamente si può vedere come questi limiti sono molto simili, specialmente all’interno di persone facenti parte dello stesso tessuto sociale.

E niente: anche per me ci sono delle cose che ritengo delle pazzie, delle cose normali, o degli atti di coraggio, solo che è molto –troppo– raro trovare qualcuno che concordi con me su cosa è cosa.

L↑E↑V↑E↑L

Chi conosce i giochi di ruolo alzi la mano.
Ora chi ci ha giocato almeno una volta alzi l’altra mano.
Bene, adesso chi ci gioca abitualmente alzi una gamba, a scelta.

Bravi, perché state facendo questo?
Non vi sentite un po’ stupidi?
Però è stato divertente…
Per me.

Ora giù tutto, che devo riprendere il filo del discorso.

Cosa c’è di bello nei giochi di ruolo?
Che sono giochi? Sì.
Che permettono di spaziare con la fantasia? Anche.
Che possono mettere davanti a sfide davvero difficili da superare? Certo.

Ma anche… ma anche?

Nei giochi di ruolo i personaggi sono caratterizzati da vari parametri numerici ed abilità, che migliorano eventualmente con l’aumentare del loro livello.

Ma cosa è il livello?

Diciamo che è una sorta di insieme che racchiude tutti i personaggi dotati di un certo potenziale, sia esso combattivo o dialettico o altro, e permette di farsi un’idea della “potenza” di cui dovrebbe disporre quel personaggio.

Ovviamente non è strano trovare personaggi di livello più basso capaci di vincere su altri personaggi di livello più alto, ma il più delle volte è perché ci si trova a fare sfide basate su qualcosa in cui il personaggio di livello basso è più portato.

Es: una sfida di corsa tra uno studioso di livello alto ed un atleta di livello basso.

Ma i giochi di ruolo sono, appunto, giochi!

Eh, è qui che ti sbagli.
L’affermazione è vera, però implica un mondo fatto di cose assolute e che si escludono tra loro.

Il gioco di ruolo è una simulazione, più o meno realistica in base a come vogliono i partecipanti, di una vita.

Ovviamente tutti con i giochi di ruolo immaginano i guerrieri e maghi che vanno a sconfiggere draghi a suon di fendenti, incantesimi e cattive intenzioni, ma non è solo di quello che sto parlando.

Ma interpretare un ruolo non proprio, che non appartiene, è una cosa che facciamo più spesso di quanto immaginiamo, basti pensare a qualsiasi evenienza in cui si risponde ad una domanda che inizia con “Cosa faresti se…”

Ecco, ma sto divagando di nuovo.

Fatto sta che i parametri sono una quantificazione numerica per semplificare cose che effettivamente non lo sono, che però aiuta a capire meglio cosa può fare un certo personaggio.

Es: un impiegato delle poste ha forza 3, mentre un muratore ha forza 5.

Questo significa che il secondo potrà applicare maggiore forza per sollevare, spingere o tirare oggetti rispetto al primo.

Fin qui ci siamo?
Bene.

Durante la vita di un personaggio capita che questo ottenga sufficiente esperienza per poter avere il suo livello aumentato, e da questo ne deriva che alcuni dei suoi parametri o alcune delle sue abilità possono subire un incremento.

Come quando durante la vita le persone passano eventi e ne escono in qualche modo migliori di com’erano quando tutto è iniziato.

Ecco, tutta questa spiegazione per dire

How never

Non credo che la fine della notte sia il momento giusto per smettere di sognare la strada che si è intrapresa.
Di questi sogni è bene farne tesoro e, magari, scriverci una canzone o due sopra.
Ma io non scrivo canzoni, bensì lettere, e pensieri, e poesie, nella speranza di potermi ritrovare ancora a guardare quegli occhi.
Non ha neanche senso che io lo dica; sarebbero parole gettate al vento.
Quando tutto era buio ti sono stato dietro, finché la luce non è nata ed ho potuto vedere la tua direzione.
Talvolta ho l’impressione di comportarmi in modo infantile, ma so che non è la fine di un sogno, quello con la musica di violini ed il paesaggio da favola, come nei film.
Era luglio, quando tutto è iniziato.
Non so chi l’ha deciso, ma è iniziato una specie di conflitto, una guerra.
Giorno per giorno ci si è andati a scontrare con l’intelletto.
Ma va bene.
È una cosa che mi serve.
Ma tu chi sei per farmi questo?
Chi sei per farmi aspettare?
Chi sei per farmi rimanere qui ad aspettare, cosa poi?
Se mi vedessero i miei amici non si stupirebbero più di tanto:
Sono sempre stato un po’ così, con la mia megalomania ed il mio egocentrismo.
Ma niente mi ha accompagnato per tanto, dopo che le cose erano finite.
Nessuno spreco di tempo, nessuna sofferenza superflua, chi era degno di catalizzare i miei pensieri?
Era luglio, quando tutto è riniziato.
Non so se l’ho deciso io, ma è iniziato una specie di conflitto, una guerra.
Giorno per giorno si va a scontrarsi con l’intelletto, la razionalità.
Ma va bene.
È una cosa che mi serve.
Ma chi sei per farmi questo?
Chi sei per farmi aspettare?
Chi sei per farmi rimanere qui, per cosa poi?
Dimmi chi sei per farmi questo.
Chi sei per farmi aspettare?